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La psicoterapia psicoanalitica

(F. Favaretti Camposampiero)

Nel corso degli ultimi quarant'anni si è assistito ad un intenso dibattito intorno alla psicoterapia psicoanalitica e ai suoi rapporti con la psicoanalisi. Sulla base della mia esperienza ritengo ora possibile delineare le caratteristiche tecniche di questa modalità di intervento terapeutico, su cui l'informazione, a differenza di altri orientamenti come ad esempio la psicoterapia cognitivo-comportamentale, è alquanto scarsa.

Mentre la psicoanalisi classica, con la sua richiesta standard di almeno tre sedute per settimana e l'uso del lettino, si propone come percorso prevalentemente conoscitivo anche se con auspicabili valenze terapeutiche e si rivolge per lo più a persone che presentano una sofferenza di tipo nevrotico, la psicoterapia psicoanalitica è andata sviluppandosi nel tempo con un progressivo ampliamento delle indicazioni per il trattamento, fino a comprendere tutta la gamma dei disturbi psichici e psicosomatici. Tale ampliamento si è essenzialmente realizzato attraverso la disponibilità, da parte del terapeuta, a modulare i propri schemi di intervento sulla base delle esigenze e delle caratteristiche individuali del paziente.

In tale prospettiva l'assetto degli incontri terapeutici, invece che essere rigidamente e aprioristicamente definito (analizzando disteso sul lettino e analista seduto fuori dal campo visivo dell'analizzando), viene a costituirsi in maniera flessibile e prevede per lo più che paziente e terapeuta siedano vis-à-vis e si incontrino per colloquio da una a tre volte per settimana.

Analogamente, se la psicoanalisi classica predilige come intervento prevalente dell'analista l'interpretazione (cioè il discorso dell'analista volto a svelare i significati profondi della comunicazione dell'analizzando), la psicoterapia psicoanalitica, pur riconoscendo una funzione centrale allo strumento interpretativo, si avvale di molti altri fattori terapeutici, che vengono qui di seguito accennati.

Nella psicoterapia psicoanalitica il terapeuta si dispone a riconoscere e a facilitare l'uso selettivo che il paziente fa degli elementi della propria personalità e a tenere conto della propria reazione interiore a quanto gli viene presentato (Bollas 1989). In questo quadro l'esperienza emotiva che si verifica nel tessuto conscio e preconscio della relazione, precede inevitabilmente il momento interpretativo; l'interpretazione, pur strumento essenziale, non è più l'unico fattore terapeutico, accompagnandosi a molti altri (empatia, holding, contenimento, rispecchiamento, tono posturale e vocale, ecc.) che coinvolgono livelli profondi della relazione mentre acquistano rilievo concetti come spazio, distanza/vicinanza, limite, tempo, ritmo, in quanto utensili mentali che consentono di modulare funzionalmente la distanza ottimale e alternare, in stretta correlazione con i bisogni del paziente, esperienze di fusionalità e momenti di separatezza.

La situazione terapeutica viene intesa non solo come luogo favorente una regressione topica (cioè un funzionamento mentale che mette tra parentesi la realtà esterna e pone in primo piano le proprie associazioni ideative) ma anche come ambiente di accoglimento empatico che si prende cura degli aspetti infantili del paziente, favorendone la regressione anche sul piano temporale.

A questo proposito è fondamentale un postulato teorico secondo cui processi essenziali di sviluppo, biologicamente predisposti, vengono mobilizzati dall'azione terapeutica rappresentata dalla disponibilità del terapeuta all'empatia (Emde 1990). Determinate strutture motivazionali di base (verso l'attività, l'autoregolazione, l'adattamento sociale, il controllo affettivo) risultano caratterizzate da una forte predisposizione biologica necessaria allo sviluppo e persistono per tutta la vita. Quando queste spinte motivazionali vengono esercitate dal bambino nella relazione con una figura parentale emotivamente disponibile, esse favoriscono lo sviluppo di importanti strutture psicologiche precoci: consolidamento del nucleo affettivo del sé, sviluppo del senso di reciprocità delle regole, sviluppo di un efficace senso del "noi". Si può allora ritenere determinante per l'avvio di un "nuovo inizio" sotto l'influenza dell'azione terapeutica, l'esperienza di accudimento empatico che il paziente avverte nell'ambito della relazione col terapeuta, in quanto l'incidenza sulle strutture motivazionali precoci, pervasiva e persistente, consente una ripresa del processo di sviluppo.

L'uso di funzioni adulte di presa in cura (ruolo di accudimento del terapeuta) è stato variamente descritto: Spitz e Gitelson hanno parlato di funzione diatrofica allorchè il terapeuta assume un'intenzione risanatrice; l'"empatia evolutiva" è stata definita come la capacità di sviluppare identificazioni transitorie col paziente (sentimento di momentanea unicità insieme con senso di separatezza); l' "empatia generativa" come risposta parentale sublimata (Shafer 1983); altri come Greenson hanno sottolineato l'aspetto dell'empatia come processo di regolazione affettiva, oppure ne hanno sottolineato l'aspetto di creatività (sovradeterminazione dei significati, esercizio di tatto e apertura all'ambiguità evocativa) con analogie con l'esperienza estetica o la componente della giocosità. Per Emde il terapeuta creativo ama, non solo il materiale clinico, ma anche il processo evolutivo ed è disponibile pertanto ad affrontare l'incertezza e a tollerare l'ansietà nell'interesse della promozione dell'esplorazione di nuovi orizzonti e della crescita.

L' "empatia assertiva" dell'idioma del paziente consente al paziente di sviluppare empatia per il proprio sé del passato, rafforzare il senso di continuità dalla vita infantile al presente con accettazione degli aspetti di sé precedentemente rifiutati.

L'approccio empatico coinvolge aspetti coscienti e inconsci e implica una capacità multipla di elaborazione delle informazioni anche a livello non verbale. L'esperienza della condivisione affettiva porta alla creazione di un nuovo campo organizzatore diadico, assertivo della comune umanità dei membri della coppia e insieme della individualità partecipativa unica del paziente.

La disponibilità del terapeuta alla condivisione affettiva funziona come stimolo alla fiducia, alla sicurezza di sé e alla coerenza delle aspettative. La disponibilità empatica comporta una regolazione affettiva attraverso una ricerca dell'equilibrio, l'evitamento degli estremi, il perseguimento dell'integrità individuale, la possibilità di esplorazione ottimale in un orizzonte di sicurezza ed ha un effetto di incoraggiamento a sperimentare un certo grado di incertezza e ansietà come esperienza interattiva condivisa il che comporta l'esplorazione di nuovi orientamenti. La disponibilità ad entrare in risonanza con ciò che il paziente tenta di comunicare favorisce l'esperienza del rispecchiamento affettivo, la fornitura di "impalcature" affettive o il senso di "contenimento" (Winnicott, 1960).

La disponibilità del terapeuta per un'esperienza dinamica transazionale nella quale si stabilisce un crescente rispetto per la individualità del paziente, per gli sforzi difensivi e per la ricerca della verità, favorisce lo sviluppo di una nuova struttura di significato condiviso: non solo interiorizzazione di oggetti, ma interiorizzazione di un processo di interazione come elemento essenziale dello sviluppo dell'Io (Loewald 1960). La condivisione del significato consente una risperimentazione del passato che diviene sorgente potenziale di continuità assertiva.

Il contributo del terapeuta alla costruzione di tale ambiente di accoglimento, in cui vige il paradosso della ricerca di intimità e insieme di autonomia, può essere quello di "una presenza che sostiene, (di) una persona calda, empatica e comprensiva che ha la capacità di sostenere e contenere la sofferenza e il dolore". L'assetto mentale del terapeuta non aderisce ad una teoria bensì promuove l'esplorazione del mondo interno e tiene ben in considerazione l'importanza, specie di fronte ad un grave trauma, di funzionare come testimone della sofferenza del paziente (Jacobs 2009).

Gli interventi del terapeuta non si limitano all'interpretazione in senso stretto, ma si ampliano fino a comprendere chiarificazioni, interventi cioè meno finalizzati ad abbattere le resistenze del paziente e più orientati al tentativo di stabilire una risonanza emotiva e di dare un nome (funzione di "nominazione") ai vissuti terrificanti che spesso colpiscono e bloccano il paziente.

In particolare, alcuni interventi del terapeuta trascendono la funzione interpretativa e assumono il significato e il valore del gesto spontaneo descritto da Winnicott, sono cioè espressione del vero sé e vanno nella direzione di definire un'angoscia terrificante che nel paziente non trova modo di esprimersi se non attraverso la gestualità e il linguaggio corporeo. La sintonizzazione terapeuta/paziente sul versante corporeo consente e promuove l'espansione delle potenzialità comunicative all'interno della coppia.

Il terapeuta può, in determinati casi, come sottolinea Alvarez (1992), esercitare delle "funzioni analitiche attive", cioè effettuare riconoscimenti, sollecitazioni, richiami. Talora, come nel caso emblematico del paziente autistico, non basta il modello dell'ascolto e della recettività: si richiede un modello che si avvicina di più alla proiezione di elementi vitali in una terra desolata, che, di per sé non richiederebbe di essere rigenerata. Agli interventi materni di gratificazione, adattamento e aderenza ai bisogni del bambino, si affiancano interventi descrivibili come "rallegrare", "intrattenere", "giocare con ", "cantare a...", tutti rapportabili all'idea di un contributo essenziale della madre all'arricchimento emotivo-affettivo del bambino, in termini di novità, sorpresa, divertimento, ripetizione di sequenze e ritrovamento, gioia: in quantità discrete.

Analoghe funzioni terapeutiche sono quelle descritte da Bollas (1995) come "mamma-clown": utilizzando il senso dello humour e assemblando materiale inconscio e frammenti della realtà, la madre (e così il terapeuta) trasforma il potenziale disastro psichico in piacere e contribuisce alla costruzione, nella struttura psichica del bambino o del paziente, di quel piacere che deriva dal sentirsi sollevati dalle richieste gravose di un sé grandioso. In tal modo il trauma potenziale, legato alla dura ripercussione della realtà sulla vita immaginaria, viene trasformato in piacere e la violenza del reale viene decostruita e trasformata in aggressività che si esprime reciprocamente ad un livello intersoggettivo.

Nell'ottica di tale ampliamento della gamma dei mezzi comunicativi della psicoterapia psicoanalitica si profila anche l'assunzione di un certo ruolo "attivo" da parte del terapeuta, che non si limita ad allestire un palcoscenico sicuro per il suo paziente ma anche lo stimola alla reciprocità del rapporto, modulando la relazione in vario modo e invitandolo al pensiero, al gioco, alla novità e all'alternativa (Borgogno 1994). Talora il terapeuta può avvalersi di un'azione per trasmettere al paziente aspetti specifici della propria comprensione del rapporto non ancora, in quella determinata fase della terapia, veicolabili dal contenuto semantico delle parole (Ogden 1994). Può trattarsi dell'iniziativa da parte del terapeuta di comunicare al paziente un proprio ricordo o una propria associazione, di interagire con un commento ironico, o uno scambio verbale o di fare un'innovazione nel saluto nella fase di commiato dal paziente.

In sintesi nella psicoterapia psicoanalitica la relazione terapeutica si svolge contemporaneamente in un'area empatica, nella quale vengono mobilitate funzioni di holding, di contenimento, di rispecchiamento e nella quale il terapeuta ospita gli affetti del paziente, identificandosi parzialmente col sé del paziente (identificazione concordante) e un'area controtransferale nella quale si sviluppa l'interazione e il terapeuta può ospitare gli oggetti interni del paziente e sviluppare col paziente un'identificazione complementare.

Per descrivere il livello profondo di consapevolezza a cui può portare il lavoro della psicoterapia psicoanalitica non trovo parole più significative di quelle scritte e inviatemi da un paziente a distanza di anni dalla conclusione del suo trattamento: "... Il pudore e il rispetto dovuto alla persona mi hanno, a volte, impedito di essere completamente sincero con il medico, ma il medico ha capito e la sua cura è stata la più appropriata e la migliore possibile, ora il dolore ha un senso che, anche se amaro, a volte consola... Ogni tanto rileggo la nostra corrispondenza e sempre le sue parole mi provocano un'emozione incontenibile, ma forse non sono tanto le parole quanto l'attenzione di cui mi fanno sentire oggetto, ecco questa è una buona osservazione, infatti mi succede ogni volta che sento il contatto comunicativo con qualcuno..."

Alvarez A. (1992), Il compagno vivo, tr. it. Astrolabio, Roma, 1993.

Bollas C. (1995), Cracking up, tr. it. Cortina, Milano, 1996.

Borgogno F. (1994), "Spoilt children. L'intrusione e l'estrazione parentale", in Richard e Piggle, 2, 2.

Emde M.N. (1990),

Favaretti Camposampiero F. (1994) "Percorsi di ricerca in psicoterapia psicoanalitica" in Psicoterapia psicoanalitica, Anno I, 0, 1994.

Favaretti Camposampiero F., Di Benedetto P., Cauzer M., L'esperienza del corpo. Fenomeni corporei in psicoterapia psicoanalitica, Dunod Masson, Milano, 1998.

Jacobs T.J. (1994), "Nonverbal communications: some reflections on their role...", in J. Am. Psychoan. Ass., 42, 3, 741-762.

Jacobs T.J. (2009), Discute The struggle against mourning di I. Kogan, Gli Argonauti, 122, 2009.

Loewald H. (1960), "On the therapeutic action of psycho-analysis", in Int. J. Psycho-Anal., 41, 16-33.

Ogden T.H. (1994), "The concept of interpretive action", in Psychoan. Quart., 63, 219-245.

Shafer R. (1983), L'atteggiamento analitico, tr. it., Feltrinelli, Milano, 1984.

Spitz R.A. (1956), "Traslazione: il setting analitico e il suo prototipo", in Genovese C. (a cura di), Setting e processo psicoanalitico, Cortina, Milano, 1988.

 

FAVARETTI CAMPOSAMPIERO DR. FRANCESCO MEDICO PSICHIATRA PSICOTERAPEUTA | 5378, Sest. Cannareggio Terà Dei Biri - 30100 Venezia (VE) - Italia | P.I. 00481170272 | Tel. +39 041 5211313   - Cell. +39 338 1157920 | Fax. +39 041 5237167 | favarettidottfrancesco@virgilio.it | Informazioni legali | Privacy | Cookie Policy | Sitemap
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